Intervista tratta da La Sicilia
Con massima semplicità ha detto a chiare lettere che è "Vulnerabile" tanto da farne il titolo del nuovo disco. Per Luca Madonia il quinto disco da solista, dopo l'epopea con i Denovo, la musica è sempre una questione di eleganza e di freschezza compositiva che ne fanno un maestro del pop. Due show case per lanciarlo - venerdi a Palermo, sabato all'Art&Jazz di Catania (l'ingresso è libero), e poi il tour nazionale che lo riporterà in estate nuovamente in Sicilia.
Quando arriva un disco nuovo è sempre una festa, è come un figlio che nasce. Sono parti maschili.
«Si, sono parti maschili, anche sofferti ma in modo positivo. Non appartengo a quella schiera di artisti che si piangono addosso. Io mi sento un privilegiato
perché faccio una cosa bella, che mi piace da anni».
Dal titolo si capisce che sei in fase di confessioni e vuoi evidenziare e non nascondere i tuoi limiti.
«Assolutamente sì. Detesto ogni atteggiamento da superuomo e preferisco parlare delle fragilità umane, delle insicurezze che poi finiscono per riguardare tutti, compresi quelli che ostentano sicurezza, anche in maniera falsa. Nella canzone che si sente adesso, "Vittima perfetta", si parla della persona cui ci si appoggia nel momento del bisogno e sono certo che tutti noi abbiamo la nostra vittima perfetta».
Questo inizio di maggio è un buon momento per gli artisti catanesi: è uscito il tuo disco, poi è seguito quello di Carmen Consoli, mentre sul fronte cinematografico registriamo l'exploit di Donatella Finocchiaro.
«Noto con piacere che tutte queste cose si stanno accavallando. Anche Mario (Venuti ndr) era uscito pochi mesi fa con il suo disco. Catania è così: anche se non ho mai creduto all'esistenza di una scuola musicale cittadina, Catania è comunque una città viva. Anche il fatto che si una città di provincia penso che sia un vantaggio: in provincia è più facile azzardare, si è meno condizionati dalle mode e dalle tendenze».
E la città è presente nel tuo disco anche grazie alla presenza di un tuo vecchio amico, Franco Battiato.
«Franco è veramente un amico, non volevo che apparisse sul disco come l'ospite d'onore. Gli era piaciuta "Quello che non so di te" per cui è stato naturale chiedergli di cantarla con me».
Il tuo gruppo è nuovo: basta Rosso Fisso e largo a Fabrizio Federighi al basso, Francesco Calì alla fisarmonica e tastiere e Ruggero Rotolo alla batteria.
«Con i Rosso Fisso siamo sempre in ottimi rapporti ma è capitato che ci siamo ritrovati con Fabrizio Federighi che è stato il produttore dei Denovo negli
Anni 80. Ho registrato nello studio di casa sua in Toscana, una dimensione assolutamente casalinga, e in un anno è venuto fuori il disco. Dopo tanti anni di rock volevo un suono acustico allargato, come lo definisco io, e da qui l'ingresso di Calì e Rotolo per presentarmi al pubblico in maniera più intima e spontanea».-
Nel tuo live di Catania all'Art & Jazz ritrovi un altro vecchio amico, l'ex bassista dei Denovo Toni Carbone che ti curerà i suoni.
«Catania è così, ci si ritrova sempre. E' successo con Mario, con Franco ora con Toni. Io sono un romantico e questo rivedersi e confrontarsi, per me, è la cosa più bella».
Intervista tratta da Il Resto del Carlino
È un po' il suo canto libero. L'album meditato e registrato nella tranquillità di una casa, circondato dagli amici di sempre, A cominciare dagli ex compagni dei Denovo. Luca Madonia ha atteso questo suo ritorno quasi sei anni. «La consuetudine», titolo dell'album in uscita in questi giorni, è un ponte tra passato e futuro, sospeso tra tentazioni rock e intimistiche, e corollato dalle voci di Franco Battiato e Carmen Consoli.
Madonia, questo disco segue un lungo periodo di riflessione. Dove ha cercato l'ispirazione per i nuovi brani?
«In questi anni ho sempre continuato a scrivere, a limare i pezzi, ottimandoli. Cercavo, in realtà, la giusta dimensione per realizzare un disco che mi rappresentasse completamente. E con l'etichetta Storie di Note sono riuscito a trovarla. Non volevo un disco usa e getta, ma un lavoro che nascesse da autonomia artistica e atmosfere rilassate. La lunga pausa mi ha permesso di ragionare sui testi, di creare un ponte virtuale tra il mio presente e il mio passato con i Denovo».
Passato testimoniato dalla presenza dei tuoi ex compagni di viaggio tra i musicisti...
«Non solo. Nel disco ci sono pezzi d'atmosfera, come quello che dà il titolo all'album, ma anche brani più rock, che sono un omaggio al mio passato e al mio modo di fare e intendere la musica».
Ne «La consuetudine» canti con Franco Battiato: anche questo un ritorno agli anni con i Denovo, di cui fu produttore?
«Con Franco, in realtà, ci vediamo spesso. Conosceva 'La consuetudine' e quando ha saputo della mia idea di realizzare un disco fra amici, registrato in casa, si offerto di cantarla con me».
Nell'album hai chiamato anche Carmen Consoli, altra faccia del nuovo rock italiano. Credi che, dai Denovo in poi, si possa parlare di una «scuola siciliana»?
«Non credo nelle scuole, ma nei talenti. Catania è sempre stata molto viva nell'arte e nella cultura. Ora i media se ne sono accorti, e questo anche grazie al lavoro di artisti come Carmen».
Dal 19 aprile sarai in tour. Che novità bollono in pentola?
«Il nuovo giro di concerti partirà il 19 aprile da Catania. Ho preparato una selezione di pezzi miei, dei Denovo, ma anche cover di brani celebri. Da 'Come together' e 'Blackbird' dei Beatles, opportunamente rimaneggiate, a 'Summer on solitary beach' di Battiato. Un modo per sdrammatizzare il mondo del rock, per non prendersi troppo sul serio. Ma anche per andare un po' oltre il luogo comune di essere cantautore».
(Sandro Neri)
Intervista tratta da Rockol
Fa piacere rivedere sulla scena Luca Madonia, che sembrava disperso nel limbo dei "senza contratto", dopo anni di onesto lavoro come interprete e autore di canzoni gradevoli e mai banali, sia con i Denovo che da solo. Doppiamente piacevole è scoprire che il musicista catanese si ripresenta con lo stesso estro che ne ha caratterizzato le prove passate, senza perdersi in improbabili rivoluzioni stilistiche per inseguire i nuovi trend e senza rivendicazioni da star incompresa in cerca di clamorose rivincite commerciali. Anzi, i suoi modi affabili sono diametralmente opposti agli atteggiamenti da "grande artista". Il fatto stesso che la presenza di ospiti come Carmen Consoli e Franco Battiato non venga sparata a grandi lettere sulla copertina del nuovo album "La consuetudine" dà la misura della discrezione di Madonia e della sua sostanziale estraneità ai trucchetti per attirare l'attenzione. Per quello, bastano le sue canzoni.
Cosa è successo durante gli anni in cui sei rimasto assente dal mercato discografico?
Un po’ di cose. L’ultimo disco era del ‘94 e si è portato dietro anche l’anno successivo. Ho continuato a suonare dal vivo con i Rossofisso, con i quali ci sono diverse affinità anche se sono più giovani di me. Ho sempre sostenuto la forza del gruppo, non penso che i turnisti, anche se bravissimi, possano dare quel sapore che ottieni suonando con un gruppo affiatato. Quindi ho continuato a rodare questa esperienza e a comporre nuove canzoni, fino a quando Storie di Note mi ha offerto finalmente l’occasione di lavorare a un progetto intero nel modo giusto, con tranquillità e con amore. Uso questa parola romantica perché è vera: oggi si tende a bruciare tutto a ritmo vorticoso, anche in termini di promozione. Invece con Storie di Note mi sento molto coccolato, si lavora insieme su tutto e questo è molto bello in un’era di isteria collettiva. Così sono arrivati un EP con tre brani, che poi sono stati inclusi anche nell’album, poi il singolo e infine l’album.
Quindi non ci sono state pause di riflessione o un periodo di distacco dalla musica.
No. Magari ci sono stati momenti di attività ridotta, ma anche quando non registravo e non suonavo dal vivo, ero comunque impegnato a scrivere cose nuove e a sistemare il materiale che avevo da parte. Alla fine ho deciso quali brani usare per il disco e in base ai pezzi scelti ho coinvolto alcuni amici, artisti importanti, che mi hanno fatto il grande regalo di aiutarmi a realizzare il lavoro.
Non fai mistero di voler mantenere un legame col tuo passato nei Denovo...
Ai Denovo piaceva scrivere canzoni e melodie e io continuo fondamentalmente a fare questo. Nell’album mantengo questo ponte col passato. Ci sono melodie come “La consuetudine” o “Meravigliandomi del mondo”, ma ci sono anche brani di matrice prettamente rock, nati sulla chitarra e suonati con basso, chitarra e batteria. Dal vivo, per scelta, non usiamo sequencer perché trovo che sia inquietante fare ogni sera un brano con lo stesso tempo, seguire un click. I brani devono seguire sera per sera lo stato d’animo dei musicisti. Ci sono leggende metropolitane che dicono che gli Stones facessero bene un concerto su cinque, ma quello buono era davvero una cosa da paura. A me andrebbe benissimo anche farne uno su dieci, se si vuole trovare la magia, bisogna fare così. Poi il disco è un’altra cosa, te lo senti quando vuoi, a qualunque orario, e deve essere perfetto. Dal vivo è diverso: se ti va, puoi anche staccare tutto e fare solo voce e chitarra, non importa.
Non pensi che venire etichettati come “nuovo rock italiano” sia stato un mezzo equivoco? Eravate un po’ più accessibili di altri gruppi e ricordo che qualcuno di quelli che vi ha sostenuto all’inizio ha finito con lo scaricarvi appena è arrivato un po’ di successo.
Forse sì, capisco cosa vuoi dire. Ma questo in fondo ci faceva piacere. Siamo nati indipendenti, con il festival rock italiano, siamo emersi insieme ad altri gruppi come Litfiba, Diaframma, Neon... Però ci siamo sempre sentiti un po’ outsider anche in quella situazione, ci sentivamo diversi, in senso buono. Non ci siamo mai posti il problema di appartenere a un mondo piuttosto che a un altro. Poi sono arrivate le prime opportunità per farci conoscere davvero, per la prima volta le televisioni si interessavano ai gruppi nuovi. In effetti, a tutti interessava farsi vedere, noi forse siamo stati più fortunati a infilarci dentro a questa porta che si era aperta. Quando abbiamo partecipato al Festival di Sanremo, è arrivata la popolarità ma ci siamo giocati tutta la frangia cosiddetta alternativa.
“La consuetudine” è prodotto da Toni Carbone e “In santità” è quasi una riunione dei Denovo al completo, visto che c’è anche Mario Venuti.
Sì, abbiamo fatto i “Denovo”, c’eravamo quasi tutti
Che ne è dell’unico assente, tuo fratello Gabriele?
Non sta suonando, ha un po’ mollato la batteria. Mario invece ha proseguito con le sue cose e Toni è diventato produttore, suona in giro, è uno eternamente “on the road”.
Per coinvolgere tutti gli ospiti presenti nell’album è bastato un giro di telefonate?
Praticamente sì, solo con Franco Battiato è andata diversamente. E’ stato il primo a cui ho fatto sentire i provini. Oltre alla stima che provo verso di lui come artista, c’è un grande rapporto di amicizia, anche lui spesso mi fa sentire cose sue. Si è subito innamorato di “La consuetudine” e, al momento di registrare il disco, gli ho proposto di collaborare. Lui ha accettato subito: ha cantato e si è prestato anche a comparire nel video. Con Carmen Consoli e Mario c’è stata invece la classica telefonata. Carmen l'ho beccata mentre era a Roma, per un concerto. Mi ha ringraziato per avere pensato a lei ed è stata molto gentile. Il duetto di “Meravigliandomi del mondo” è uscito proprio come mi aspettavo. Anche Mario ha accettato subito la proposta. “In santità” è una canzone che si avvicina allo stile dei Denovo, quindi mi piaceva l’idea di ricreare una situazione del genere. Il disco è nato un po’ tutto così, dalla voglia di suonare. Non avevo pressioni perché ho registrato a casa mia con lo studio mobile di Toni, proprio per avere la possibilità di coinvolgere tutti gli amici. In più, c’era anche il piacere di tornare a lavorare con Toni, con cui non avevo mai fatto un discorso di produzione. E’ stato piacevole avere come produttore un vecchio amico, con cui ho diviso molte esperienze. C’era un’affinità totale, lui capiva al volo quello che gli chiedevo.
A conferma di quanto mi dicevi sulla forza del gruppo, nel disco suonano con te i Rossofisso e i Voodoo Phunk.
I tre pezzi suonati con i Voodoo Phunk sono stati registrati per l’EP, già sapendo che li avrei utilizzati anche per l’album. Nel frattempo però ho deciso di cambiare direzione, mi ha intrigato quest’idea “catanese”, la possibilità di fare il disco a casa con gli amici e quindi non ho più lavorato con loro. Alla fine ci sono sette pezzi con una produzione e tre con un’altra. Credo che si sentano anche un po’ le differenze, ma penso che vada bene così, c’è più varietà e rappresentano momenti diversi.
Da catanese, hai visto l’evoluzione della scena musicale cittadina e la trasformazione da luogo sperduto di provincia a centro indicato come una delle scene più fertili d’Italia. Le cose sono davvero così cambiate rispetto a quando hai iniziato?
Sono cambiate tantissimo. Catania è sempre stata una città di provincia viva e attenta, ma credo che tutta l’Italia sia fondamentalmente così, una grande provincia. Adesso i media si sono accorti di Catania, grazie a tutto quello che è successo, fino all’esplosione di Carmen Consoli. Sono molto contento di tutto questo, così come del fatto che Battiato sia tornato a vivere lì, che Dalla abbia preso casa lì... Evidentemente certe magie non sono solo cose da cartolina, esistono veramente. E poi non c’è più motivo di emigrare: i dischi te li fai col computer a casa. Non credo comunque alle scuole: tutti mi chiedono se si può parlare di scuola catanese. Ma quale scuola! O ci sono i talenti o non ci sono. Sono sicuro che in altre città italiane ci siano talenti mostruosi che non hanno ancora avuto la fortuna di farsi sentire. Alla fine, ci vuole sempre una grande fortuna in questo mestiere.
I tuoi testi si riferiscono in genere a situazioni e relazioni personali. Nell’album però ci sono “In santità” e “Commozione” che, senza fare riferimenti troppo diretti, osservano la situazione sociale di questi anni. “In santità” soprattutto sembra alludere a certi politici.
Mi hai beccato. Non mi è mai piaciuto fare dichiarazioni dirette, quindi ognuno può riferire il testo a chi vuole, ma è un commento all’arroganza che vediamo, ai molti che si sentono in santità appunto, si credono unti dal Signore. E comunque, come canto nella canzone, non mi convinceranno mai.
In “Commozione” dici che ci vorrebbe un’occasione generazionale. Sei deluso dalla situazione che si è creata in questi anni?
Sai, quando uno dice che i ragazzini di oggi sono diversi da quelli dei nostri tempi, c’è sempre la paranoia di sembrare quello che è cresciuto e che quindi vede le cose in modo diverso. Però credo che di fondo ci sia forse meno impegno, che ci sia un appiattimento causato anche, ahimé, da quei signori che stanno lì con le loro televisioni. Se prendi un varietà di trent’anni fa, ci trovi Totò, Walter Chiari, Mina, Sordi. Guarda invece cosa c’è in giro adesso. C’è meno qualità, s’è perso qualcosa. In passato non era così, magari si commettevano errori, c’era dell’ingenuità, ma si tentava qualcosa, c’erano delle novità. Adesso sembra di essere tornati a una situazione stagnante, anche nello spettacolo. Vedi certi cast come quello di Sanremo di quest’anno e ti chiedi: ma perché? Poi si torna alle solite lamentele, al fatto che non si vendono dischi, ma per smuovere le cose bisognerebbe anche azzardare qualcosa. Fa piacere quando arrivano i casi limite, come i Subsonica o i C.S.I. in testa alle classifiche. Non sono uno che sostiene per forza le cose “alternative”, non ho problemi a dire che posso emozionarmi per la voce di Celentano in certi passaggi, ma è bello sentire qualcuno che cerca strade nuove.
(Paolo Giovanazzi)
Intervista tratta da cqonline.it
La consuetudine esce dopo sei anni di silenzio. Che cosa hai fatto tutto questo tempo?
Ho continuato a suonare in giro, ma soprattutto volevo trovare il momento migliore e il modo più opportuno per uscire con un disco che mi rappresentasse. C’è stato un cambio della casa discografica. La nuova etichetta Storie Di Note mi ha permesso di lavorare in autonomia. Ho realizzato questo album a casa mia a Catania con uno studio mobile (Kaos Studio).
Nell’album compaiono anche Franco Battiato, Carmen Consoli, Tony Carbone, come produttore (ex Denovo) e Mario Venuti (ex Denovo). Un disco d’impronta sicula. Esiste una scuola musicale di Trinacria?
No, io non credo assolutamente nelle scuole, ma credo nei talenti. Catania è una città molto viva. È sempre stata attenta ad ogni forma d’arte. E c’erano e ci sono ancora molti talenti. Battiato ha prodotto l’ultimo disco dei Denovo e da qui è nata la nostra amicizia. Inoltre è tornato a vivere dopo vent’anni a Catania e questo ha facilitato le cose.
La collaborazione con Carmen Consoli com’è nata?
Carmen la conosco da tempo. Lei ci seguiva fin da ragazzina. Ma non ci sentivamo da qualche hanno. La canzone che abbiamo registrato insieme (Meravigliandomi del mondo), sentivo che dovesse essere cantata in coppia. Così l’ho chiamata e lei ha accettato. Poi è stata molto brava, perché la canzone è scritta su una tonalità maschile, per cui c’è una Carmen un po’ insolita, che con questa voce bassa è molto intrigante.
Qual è la musica che ti ha influenzato maggiormente?
Ho sempre dichiarato il mio amore per i Beatles, che mi hanno stregato fin dall’infanzia. Grazie a loro è la nata la mia passione per la musica. E grazie ai Denovo ho potuto coltivarla e realizzare un sogno. Ma oltre ai Beatles, mi piacciono gli XXX. Per cui quando mi dicono che la mia musica è anglosassone mi fanno un complimento.
La consuetudine è un disco solare, anche se i testi a volte sono un po’ intimisti.
Fondamentalmente sì, anche perché, forse, mi sono emancipato dalle frustrazioni giovanili. Oramai vedo la vita in un altro modo, così in questo disco parlo di amore, amicizia e anche di temi sociali, come nel brano In santità.
Inoltre, è un album melodico, i testi sono omogenei, persino nella lunghezza. Pare tu abbia cercato un equilibrio complessivo, armonico ne La consuetudine.
È il mio modo di scrivere. Io ho come modello, e magari potessi raggiungerlo, quello di avere in tre quattro minuti dei gioiellini. La classica forma della canzone. Allora mi sta bene quando mi definiscono musicista pop, nel senso di popular.
Quanto c’è di autobiografico nei testi?
Tanto. Ho attraversato varie fasi della mia vita, ho vissuto esperienze d’amore, ho imparato ad apprezzare nuove cose. Quando si è giovani si ha la voglia di fuggire, ora mi piace vivere a Catania apprezzare la natura siciliana ed è terminata la stagione dei piagnistei. Ho una visione positiva della vita.
Anche le tue performances dal vivo sono cambiate?
Non tanto. Sul palco sono ancora molto rock. Sentendo questo disco ci si aspetta dal vivo qualcosa di diverso, invece in concerto i suoni sono più duri, nel repertorio ci sono brani miei, dei Denovo e alcune cover.
Qual è il tuo parere sulla spinosa questione dei costi dei dischi e del calo delle vendite?
Credo che i dischi costino troppo. Il supporto del cd è molto più economico del vinile, eppure il prezzo dei dischi è eccessivo. L’Iva va sicuramente abbassata. Il mio disco per scelta editoriale costa meno. Inoltre c’è il problema di un ingorgo di proposte. Le case discografiche propongono troppi artisti e c’è molta confusione. I discografici vorrebbe raccogliere tanto e da tutto, così puntano poco sulla qualità.
Intervista tratta da Videomusica.it
Suono anglosassone e canzone d’autore, pop e rock. Eppure il tuo è uno stile riconoscibilissimo. Come descriveresti la tua ricerca sul suono?
“Ritengo che il suono debba essere assolutamente al servizio della canzone, della musica che fai. Infatti in questo disco ci sono dei brani con delle sonorità sicuramente più “moderne”, tipo grooves di batteria o suoni campionati, perché queste canzoni avevano bisogno di situazioni del genere. Altri brani sono invece nati sulla chitarra, per cui sono stati realizzati con la classica formazione rock: chitarra, basso, batteria e testiere, nulla di più. L’importante è non farsi mai fagocitare dalle macchine, far si che tutto possa servire alla musica; per esempio brani come “La consuetudine” o “Meravigliandomi del mondo” sono più d’atmosfera, quindi avevano bisogno di un tessuto più moderno ed intrigante, e per scelta abbiamo usato dei grooves di batteria molto particolari. E’ comunque tutto dettato dallo spirito del pezzo”.
Qual è stato il motivo che ti ha portato lontano dalle scene per ben sei anni?
“Dopo 5 dischi negli anni ’80 con i Denovo, dopo 3 dischi da solista passando da una multinazionale all’altra, avevo veramente voglia di tornare, ma in modo pacato, giusto e razionale. Per cui finalmente mi è capitata l’occasione con Storie Di Note, avendo l’opportunità di esprimermi nel modo migliore, con estrema autonomia artistica, e devo dire che in effetti così è stato: ho realizzato il disco a Catania, ho avuto la possibilità di coinvolgere i miei amici artisti, anche importanti, come Franco Battiato, Carmen Consoli e Mario Venuti, compagno di vecchia data, o Tony Carbone che ha prodotto l’album. E tutto questo credo abbia portato ad un lavoro sincero, che mi rappresenta bene”.
Lavorare con un’etichetta indipendente assicura molta più cura ed attenzione al prodotto…
“Si, esatto, molto più amore, proprio in senso romantico. Io d’altronde sono partito negli anni ’80 da indipendente, sono passato con le major, ne ho cambiate più di una e bisogna dire che si lavora veramente in un altro modo. Sono contento, c’è l’aspetto affettivo alla musica e al progetto, e questo è fondamentale, non siamo solamente dei numeri! Poi da quello che sta accadendo, dai consensi, da come questo disco è stato preso anche dalle radio, devo dire che i frutti si raccolgono”.
In passato la critica ha sempre sostenuto i Denovo. Oggi, quando il tuo pubblico ti incontra, cosa ti sembra sia rimasto nella gente?
“Un grande affetto, una grande stima, e questo sicuramente è molto piacevole. Parlano sempre bene di quegli anni e devo dire comunque che sono grato ai Denovo perché mi hanno permesso di entrare a far parte del mondo della musica leggera nazionale. Io oggi faccio questo mestiere grazie a loro. Chiaramente i tempi sono altri ed il gruppo si è sciolto, però era giusto così, andare avanti ed inventare altre cose. Io sentivo l’esigenza di continuare da solo per esprimermi, per andare oltre quelli che erano gli schemi del gruppo. Un discorso che non vale solo per me, ma anche per Mario Venuti, che era l’altra mente creativa del gruppo. Rimettermi in gioco mi ha dato comunque stimoli nuovi, ed era ciò che ci voleva!”
Cosa è restato dell’atmosfera della Catania anni ’80 e cosa sta dicendo di nuovo la Catania del 2002?
“Guarda, devo dire che Catania è sempre stata una città vivissima, piena di talenti, da sempre con una sua particolare “voglia di fare”, molto attiva. Adesso, grazie a tutto quello che è successo - non ultima “la grande star” Carmen Consoli - i media se ne sono finalmente accorti! Quando noi abbiamo iniziato era tutto più difficile, non tanto geograficamente perché i chilometri di autostrada li abbiamo sempre fatti e continuiamo a farli, però adesso c’è sicuramente un altro atteggiamento nei confronti del sud in genere”.
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